| Un
cammino diverso per un sindacato che guardi al futuro |
di
Franco Brunetti |
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Con questa
edizione del sito della CONF.I.L.L. (Confederazione Italiana Lavoratori
Liberi) riprendiamo il cammino, peraltro mai interrotto, della nostra
Organizzazione Sindacale Autonoma, libera ed indipendente, ma con
uno sguardo critico al nostro passato di sindacalisti per puntare
ad una nuova dimensione del Sindacato. |
Perché
a nulla vale raggiungere importanti conquiste sociali e contratti economicamente
rilevanti se poi l’economia del paese va a scatafascio, perché
a quel punto il danno sarà di tutti i cittadini che siano o meno lavoratori
attivi o pensionati.
Il che significa innanzitutto che tutti gli attori del processo economico,
sociale e politico devono far fronte ad una situazione economica mondiale
diversa, del tutto diversa da quella del secolo scorso.
La concorrenza mondiale non è un male perché apre nuove prospettive di sviluppo, accelera la crescita di paesi un tempo tagliati fuori dal progresso economico e culturale, avvicina i popoli, tende a ridurre i divari di vita e supera le tradizionali contrapposizioni che per anni hanno visto il mondo diviso in due blocchi contrapposti.
La
globalità attuale non è però priva di pericoli se si
limita alla libera concorrenza, perché questa non investe solo i prodotti
solidi (alimentazione, etc) che interessano i cittadini in quanto consumatori
usuali, ma consente speculazioni finanziarie ad altissimo rischio (come si
è visto), da un lato; e può essere strumento di sfruttamento
dei lavoratori, data la possibilità degli spostamenti imprenditoriali
da un mercato del lavoro all’altro.
Perciò
si impone la revisione della cultura corporativa che ha afflitto per oltre
mezzo secolo il nostro modo di far sindacato. Certo i risultati sono stati
esaltanti, ma lo scenario attuale ci dimostra come la nostra azione sia stata
impostata con una visione limitata dello sviluppo economico mondiale, se persino
a livello europeo non si è riusciti a realizzare una visione contrattuale
comune che tenesse conto delle variabili dello sviluppo per settori e per
area geografiche e consentisse una dinamica sindacale non centralizzata e
non collegata alla visione interventista dello Stato.
Nel
caso Italia poi la concezione paternalistica ed accentratrice delle classi
dirigenti politiche ed economiche hanno impedito la crescita di una democrazia
economica di base, oltre ad una burocrazia massiccia ed invasiva, che ha reso
lo stato un pachiderma obsoleto ed ha consumato risorse in un parossistico
crescendo che ci ha portati allo spaventoso debito pubblico di oggi.
Debito
pubblico che ci impedisce oggi di investire per riammodernare il Paese, in
particolare sul piano della ricerca scientifica, di ricercare fonti di energia
veramente alternative, di ristrutturare i servizi essenziali al cittadino,
di realizzare nuove forme di intervento economico e sociale nell’area
mediterranea in grado di scongiurare la massiccia emigrazione dei popoli africani,
ed in questo contesto di dare alle regioni del Sud Italia un ruolo trainante
per l’economia di quei paesi.
Qui non intendiamo porre sotto processo tutta la nostra storia: però
vogliamo aprire un dibattito sulla necessità di adeguare culturalmente,
prima di tutto, i cittadini, lavoratori e non, alla nuova difficile fase che
si è aperta con la concorrenza mondiale e i suoi riflessi sul nostro
modo di vivere e di agire.
Ed
una considerazione generica ma elementare va fatta: al centro del processo
economico c’è il lavoratore, parte trainante dell’economia
italiana.
E’
con questa realtà che ci dobbiamo confrontare.
E’ evidente che su questi argomenti ritorneremo con più approfondimento ma tutti debbono sapere che, al di la delle nostre limitati dimensioni organizzative di oggi, non cesseremo di dibattere questi argomenti e confrontarci con tutti ai diversi livelli, per cambiare culturalmente e politicamente il ruolo del sindacato italiano.